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Per voi, giovani giocatori, la mia piccola esperienza di quando avevo la vostra età. Ho scritto dell'inizio e della
fine, di getto, senza pensarci, sull'onda delle emozioni e della nostalgia. Godetevi la vostra eta', vivete intensamente ogni piccolo momento, fatevi temprare dalla fucina dello sport
più bello del mondo, perché un domani possiate dire io c'ero ed averne un bellissimo ricordo.
LA MIA PRIMA GIOVANILE
Oggi, penso che l'esperienza vissuta con la giovanile sia una sensazione fortissima, che ti prende e ti rapisce da tutto e
da tutti, una prova che ti tempra nel fisico e nel carattere e ti da, forse per la prima volta nella vita, consapevolezza dei tuoi mezzi e folle incoscienza. Quel giorno, avrei dovuto
iniziare il mio primo allenamento di football con una delle due giovanili dei gladiatori, quella di marcello lo prencipe che si allenava presso il campo G2 in via tiburtina. Invece, fu
deciso di unire le due squadre e di svolgere allenamenti congiunti in vista dell'imminente campionato di categoria, che sarebbe iniziato ad ottobre. Presi, allora, la mia borsa e mi
presentai al campo in via dell'oceano pacifico all'eur, vestito di tutto punto con l'attrezzatura di coccolino (al secolo cristiano sassoli), che poteva prestarmela in quanto si allenava
di sera con la prima squadra. Era il mese di maggio dell'anno 1985. Non so per quale motivo, forse perché ero di taglia accettabile (183 cm. x 85 kg. a 16 anni) o forse
perché ero equipaggiato come un giocatore vero, ma fui subito buttato nella mischia, in uno scrimmage con dei pazzi urlanti e della gente assatanata che correva e menava da tutte
le parti. Ma per me era il primo allenamento! Non conoscevo nessuno, né quello che avrei dovuto fare, tanto meno il significato dei termini che tutti gli altri utilizzavano.
A questo punto avrei potuto fare due cose: fuggire a gambe levate e non tornare mai più, tanto nessuno sapeva chi
ero; oppure cercare in qualche modo di sopravvivere e di vendere cara la pelle. Optai, istintivamente, per la seconda possibilità, e cercando di intuire, osservando gli altri,
quello che avrei dovuto fare in campo cominciai a caricare come un muflone qualsiasi giocatore mi si parasse di fronte e a distribuire capocciate a destra e a manca. Sapete una cosa
buffa: mi piaceva. E mi piaceva ancor di più quando mandavo qualcuno per terra.
A fine allenamento, uno degli allenatori mi si avvicinò e mi disse che avrei dovuto provare a giocare
fullback……
L'ULTIMA GIOVANILE
Potrei raccontarvi degli altri stupendi, emozionanti ed indelebili nella memoria campionati giocati con la giovanile dei
Gladiatori, ma non lo farò, perché voglio parlarvi dell'ultimo. Sarei tentato di narrarvi delle gesta di un giovane runningback, che era autorizzato dagli allenatori a
chiamare le giocate offensive e che correva con due o tre avversari attaccati (vero Dottor Pace?), ma non lo farò, perché vi dirò del campionato in cui tutto questo
non accadde.
Non accadde perché cinque mesi prima, durante una partita di campionato con la prima squadra, il destino beffardo ed
impietoso lo aspettò al varco: lussazione della caviglia e dei malleoli, rottura del legamento collaterale e della capsula legamentosa, e frattura del pérone. Dissero che
c'era la possibilità di rimanere zoppo. In un istante il mondo mi era caduto addosso. La mia lucida follia di diciannovenne, la mia travolgente passione e tutti i miei sogni di
giocare allo sport più bello che c'é, si erano infranti contro la dura realtà di un grave infortunio. Non finirò mai di ringraziare mio padre per essersi
indebitato ed avermi messo nelle mani della migliore equipe di chirurghi del tempo. Dopo due mesi e dieci giorni di gesso, ho riavuto la mia caviglia, ma non era come prima. Era quasi il
doppio dell'altra, non si articolava e faceva degli "scrocchi" assurdi.
Ci misi circa due anni, di faticosissima riabilitazione prima e di tenace allenamento poi, per poter tornare ad utilizzare
quella caviglia come l'altra. Ma a settembre c'era la giovanile!.......e sarebbe stata l'ultima, perché quell'anno la federazione ridusse il limite di partecipazione al torneo di
categoria da under 21 ad under 20. Decisi che avrei partecipato, volevo esserci, desideravo con tutto me stesso giocare il mio ultimo anno da "under".
Passai l'intera estate, convinto e determinato più che mai, tra bagni di sabbia bollente, lunghe nuotate con le
pinne, tanto stretching e programmi di atletica ad hoc. Ma il tempo era poco per recuperare a pieno, la natura poteva essere aiutata, ma doveva fare il suo lento e normale corso. Mi
presentai agli allenamenti, era il mese di settembre dell'anno 1988, al CUS Roma, in quel fazzoletto di terra quasi sotto il ponte dell'Olimpica, ancora segnato da quell'infortunio,
nell'animo ma soprattutto nel fisico.
C'ero, ma non potevo fare per i miei compagni quello che si aspettavano da me. Ricordo tutti, ancora come se fosse oggi, con
i nostri visi da fanciulli, con i nostri ranghi ridotti e le nostre attrezzature arrangiate, ma con quella scintilla negli occhi che rivela l'energia e l'ardore di chi compie qualcosa in
cui crede fermamente.
" Simone Orsi e Iacurci, coriacee linee di attacco e di difesa, non uscivano mai dal campo;
" Casella e Mauro (il mio amatissimo fratello), inesauribili CB e WR doppioruolo;
" Fierli e Giando, i nostri bravissimi QB;
" Coccolino, impagabile RB e FS;
" Piso e Marrucco, i nostri dominanti e cattivissimi LB;
" Merendino, Zullo cavallo pazzo, Di Stefano e Fortunato, l'invalicabile linea di difesa;
" Daniele Cotti Micchia Romano, Gerbaldi e Colaiacomo, i WR acchiappatutto;
" Colangelo, Bernard ed Emiliano, il resto della granitica offensive line.
E poi c'ero io. A novembre, in una giornata limpida ma freddissima, sbarcammo a Ferrara per giocarci i quarti di finale
contro i blasonati Duchi, la giovanile già Campione d'Italia delle Aquile. Vincemmo 24 a 12, ed io tornai in campo. Si, nonostante tutto, con l'emozione e la paura di chi
ricomincia qualcosa che ha interrotto bruscamente, ero tornato.
Non feci nulla di importante per il risultato finale, ma rimisi piede in campo, in una partita ufficiale, incitato,
sostenuto e scortato da tutti i miei compagni. Dopo 18 anni, trattengo ancora a stento le lacrime. Fu come tornare alla vita dopo mesi di oblio. Ricordo ancora in modo chiaro e non senza
commozione, i cori ed i festeggiamenti sul treno di ritorno per Roma. Non c'era posto a sedere, così ci sistemammo nella carrozza postale, sopra e sotto gli scaffali per i pacchi,
stanchi ma felici, uniti come mai, fieri e pieni di orgoglio.
La successiva semifinale persa a Milano contro i mitici Rhinos contò poco: la cosa importante fu che quel manipolo di
giovani Gladiatori adesso era pronto, i piccoli erano cresciuti. Ed anch'io ero cresciuto, molto. Avevo preso la prima sberla in faccia dalla vita, ero caduto a terra, ma mi ero rialzato,
ed ero ritornato a giocare, convinto e deciso più che mai!
OGNI PROMESSA E' DEBITO. LA MIA LINEA D'ATTACCO
Sono fermamente convinto che la linea d'attacco sia il fulcro del gioco offensivo di una squadra di football, la base su cui
costruire i meccanismi e gli automatismi necessari per segnare punti e vincere le partite. Nessun QB può smistare palloni e lanciare TD in tranquillità e nessun RB
può fare il fenomeno tra gli avversari, se non sono supportati da una linea compatta, aggressiva, molto tecnica ed affiatata. .....e tutto questo é stata la linea d'attacco
dei Gladiatori, sempre, per tradizione: nessun orco, o presunto tale, a parte qualcuno forse fisicamente più dotato di altri; nessun "gigantone" (come dice Roberto "Merendino"
Rondini); solo un manipolo di guerrieri da trincea, con una tecnica sopraffina (grazie soprattutto a Mike Ernst prima, a "Carlone Minganti" ed a Carlo "Ciccio" Volante poi), con una
velocità ed un'intesa quasi meccanica, con un'agonismo eroico che li portava spesso a scontrarsi, ed a battere anche con intelligenza, avversari di gran lunga più grossi di
loro.
" Cristiano "Bacci" la Chioccia Gramigna, il centro per definizione, cuore gladiatore, compare di stanza in mille
trasferte;
" Max Magnoni, guardia e tackle, le sue manone sono state un incubo per tutti i DL che ha incontrato, squisita intelligenza
tecnica e tattica;
" Riccardone Molinari, centro, guardia e tackle, per me la più forte linea d'attacco che abbia mai giocato in
Italia;
" Andrea Iacometti, una guardia NFL imprigionata in un corpo normale, tanto da convertirsi poi con ottimi risultati nel
ruolo di TE;
" Paolino Caccamo, tackle insuperabile che solo un destino beffardo ci ha portato via, ma che ora ci guarda da lassu'...ci
manchi!!!;
" Carlone Minganti, centro, guardia e tackle, talento fisico e tecnico, "Mastro di Linea" ha forgiato con durezza e sapienza
gli uomini che hanno dovuto prendere il suo posto;
" Gabriele "Gaby " Simonelli, guardia e tackle, essenza di tecnica ed intelligenza tattica;
" Pierluigi "Piggi" Rosina, guardia e tackle, l'anti giocatore di football, che sfidando tutte le leggi dello sport ha
giocatore titolare con eccellenti risultati;
" Paolino Caprio, guardia, concentrato di umiltà e potenza;
" Fabrizio "Chicco" Mecci, guardia e tackle, il cellerino, giovane ed aggressivo;
" .....e poi tutti gli altri (spero di non scordarne nessuno) con cui ho avuto l'onore e la fortuna di giocare e di
condividere momenti bellissimi che resteranno indelebili nella mia memoria e nel mio cuore: Orsi, Iacurci, Colangelo, Bernard e Franceschelli in giovanile, Pasquale Gervasi, Lorenzo
Mincione, Alberto Porcelli, Dario Bedussa, Max Tomaselli, Fabione di Perugia, Emanuele Cascinelli (che ha raccolto con onore l'eredità di Bacci), Giampiero Simoni.
I MIEI RUNNINGBACKS
Nella mia carriera di Gladiatore, ho avuto l'ònere e l'onòre di essere il fullback di due fenomeni immensi,
come giocatori prima e come persone poi. Anche se partivamo dalle più fantasiose formazioni, che potevano trarre in inganno sull'evolversi del gioco, il concetto era sempre, o
quasi, quello: linea che, con forza ed astuzia, apre il buco nella linea avversaria; fullback che, come l'avanguardia dell'esercito dell'antica Roma, esplora il territorio nemico ed apre
la strada all'avanzata delle truppe; halfback che segue come un ombra la sua ariete, pronta a guizzare dopo l'impatto ed a correre verso la luce.
Quante volte ho sentito il fruscio del vento alle mie spalle, quante volte, dopo aver sbirillato tutto ciò che aveva
un colore diverso dal mio, ho visto la schiena di quei folletti, targati 2 e 33, involarsi verso l'end zone, quante volte ho visto gli occhi inermi e disperati degli avversari incrociare
il campo solo per capire dove quei due volevano passare.
Dopo tanti anni, ricordo ancora non senza emozione e soddisfazione, moltissime azioni compiute insieme, tantissime battaglie
combattute come fratelli. Impagabili e mai domi, valorosi ed insaziabili, hanno scritto la storia del football in Italia, e se mai esisterà un dizionario di questo fantastico
sport, alla lettera R, alla parola Runningback ci sarà scritto Bobby Davis e Romano Cinelli.
Vi voglio bene.
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